Storia.

Il primo caso ufficialmente documentato di dipendenza da Internet (Internet Addiction) risale al 1996 negli Stati Uniti, quando la psicologa Kimberly S. Young descrisse la storia di una donna di quarantatre anni, la quale trascorreva fino a sessanta ore a settimana in alcune chat room in cui percepiva un piacevole senso di comunità con gli altri utenti. Per evitare di vivere con ansia e depressione i periodi in cui non aveva l’accesso ad Internet, fermò parte della sua vita reale, disinteressandosi delle sue amicizie, delle sue precedenti attività sociali, astenendosi dai lavori di casa quali cucinare, pulire, comprare gli alimenti. Per il soggetto questa condizione non era un problema nonostante i suoi due figli adolescenti si mostrassero trascurati ed il marito altamente critico per i quattrocento dollari mensili di connessione ad Internet, oltre al disinteresse verso il loro matrimonio. Nonostante questi effetti negativi, la donna non credeva il suo comportamento fosse anormale, non avrebbe accettato di ridurre la quantità di tempo da trascorrere su Internet né di ricevere un trattamento psicologico, energicamente richiesto dal marito. Credeva fosse naturale usare Internet a lungo, negava qualcuno potesse esserne dipendente, percepiva prive di fondamenta le critiche della sua famiglia che avrebbe perso circa dodici mesi dopo. L’essere stata allontanata dai figli e dal marito la rese consapevole a posteriori di aver vissuto in una dipendenza, da lei descritta in “Come esserlo stata verso l’alcol”. Questa storia indusse la dottoressa Young a raccogliere in futuro oltre seicento casi simili, caratterizzati da problemi relazionali, finanziari, accademici, di perdita del proprio lavoro a causa del discontrollo nell’uso di Internet (Young K.S., 2015). Per quanto riguarda il continente europeo, fu Mark Griffiths il primo psicologo a scrivere un articolo riguardo le potenzialità di dipendenza dell’uso di Internet, se questa autentica forma di dipendenza realmente esistesse e quali persone ne fossero all’epoca dipendenti (Griffiths M.D., 2015).

La documentarista Tiffany Shlain, fondatrice del Webby Award, proclamatasi dipendente da Internet, esplora il ruolo della tecnologia nel rivoluzionare i contatti tra gli esseri umani.

Descrizione.

Varie terminologie descrivono il comportamento di dipendenza da Internet, Internet Addiction (IA), Problematic Internet Use (PIU), Internet Use Disorder (IUD). Ad oggi non ci sono larghi consensi circa una sua definizione condivisa ed i suoi criteri diagnostici non sono stati ufficialmente dichiarati.
Si manifesta attraverso un uso disfunzionale della Rete, in grado di compromettere il funzionamento della persona nella sua vita reale.
Costituisce un fenomeno di crescente rilevanza, specialmente tra gli adolescenti, in parte attribuito alla veloce diffusione ed uso di dispositivi connessi alla Rete nei contesti accademici e domestici.
La ricerca psicologica si muove oggi dalla prospettiva della dipendenza a quella della compensazione, nell’identificare quindi quali siano le ragioni per cui una persona trascorre la maggior parte della sua vita nel mondo virtuale, la relazione tra le motivazioni ed il benessere psicosociale nell’uso problematico di Internet. Questa forma di dipendenza sarebbe considerata un’insieme di strategie mentali e comportamentali per gestire ed adattarsi ad una condizione stressante della propria vita reale. Ad esempio la motivazione a socializzare attraverso i Social Network potrebbe compensare la solitudine, oppure la motivazione al dominio ed alla competizione compenserebbe la rabbia di non aver raggiunto un proprio scopo, la motivazione ad evadere dalla realtà potrebbe riflettere i periodi particolarmente stressanti della vita reale, ai quali la persona preferisce fuggire verso un altro mondo, quello virtuale (Kardefelt-Winter, 2014).

Un breve documentario della diciottenne regista cinematografica Eoin Corbett sulla Internet Addiction. “Could you live without the internet for 30 days?” (“Potresti vivere senza Internet per 30 giorni?”). 

Prevalenza.

La distribuzione della prevalenza spazia dallo 0,8% dell’Italia fino al 26,7% di HongKong (Kuss et al., 2016). In Asia rappresenta un fenomeno molto diffuso, misurato con la Revised Chen Internet Addiction Scale (CIAS-R) e con l’Internet Addiction Test (Mak et al., 2014), strumento recentemente confermato nella sua affidabilità verso la cultura asiatica (Lai et al., 2015). Questo disturbo si manifesta principalmente tra gli adolescenti in quanto “digital natives”, termine coniato nel 2001 dallo scrittore Marc Prensky per descrivere le persone cresciute nell’epoca della tecnologia digitale.

Effetti negativi.

Tra gli adolescenti, la deprivazione di sonno associata al problematico uso di Internet costituisce il primo mediatore del malessere fisico e mentale registrato con il Multidimensional Sub-health Questionnaire of Adolescents (An et al., 2014).

Associazione con altri disturbi.

L’Internet Addiction (IA) media l’associazione tra ansia sociale e basso livello di benessere psicosociale negli adolescenti di Cina, Hong Kong, Malesia (Lai et al., 2015). Gli eventi di vita di natura stressogena sono mediatori attraverso cui la Internet Addiction si associa alla depressione negli adolescenti (Yang et al., 2014). Vi sono inoltre associazioni con i disturbi del comportamento alimentare (Tsitsika et al., 2016); con l’uso problematico di alcol ed il disturbo della condotta, caratterizzato dal violare le regole sociali ed i diritti altrui (Wartberg et al., 2016); con la tendenza a danneggiare la propria persona (Self Harm) attraverso l’assunzione di sostanze psicoattive, la consumazione di rapporti sessuali con un numero elevato di partner, perder le proprie finanze a causa del gambling (Liu et al., 2016); con l’ideazione e la pianificazione suicidaria (Lin et al., 2014); con disturbi correlati a sostanze, disturbo da deficit di attenzione/iperattività, aggressività, disturbo da ansia sociale (Ko et al., 2012). Vi sono inoltre associazioni con la solitudine, l’isolamento sociale ed altre variabili relative al contesto educazionale (Pontes et al., 2014).

Correlati di neuroimaging e di neuropsicologia.

In adolescenti con Internet Addiction sono state documentate alterazioni della struttura cerebrale, analoghe a quelle presenti nei soggetti con dipendenza da sostanze, caratterizzate da alterazioni nell’integrità della materia bianca (Lin et al., 2012), riduzioni del volume di materia grigia in molte regioni prefrontali (responsabili del controllo delle azioni, dei comportamenti e dei pensieri) quali le cortecce prefrontale dorso laterale ed orbitofrontale, l’area motoria supplementare, oltre ad alcune regioni posteriori del cervello quali la corteccia cingolata anteriore rostrale sinistra ed il cervelletto (Yuan et al. 2011). Sono state inoltre registrate alterazioni nelle cortecce orbitofrontale sinistra, insulare, entorinale, parietale inferiore, nel giro linguale ed in quello postcentrale destro (Yuan et al., 2013), alterazioni nei circuiti corticostriatali coinvolti nell’elaborazione degli affetti, delle motivazioni e del controllo cognitivo (Lin et al., 2015).

Fattori predittivi.

I fattori maggiormente in grado di predire il disturbo sono l’esser maschio, la durata dell’uso di Internet, la depressione, l’attitudine al perfezionismo (Dalbudak et al., 2013).Un altro fattore predittivo risulta essere il neuroticismo, un tratto di personalità caratterizzato da alti livelli di affettività negativa ed oscillazioni dell’umore, difficoltà di concentrazione e facile distrazione (Wu et al., 2015). Questo tratto di personalità presenta inoltre relazioni dimostrate proprio con la depressione (Mandelli et al., 2015) ed il perfezionismo (Maloney et al., 2014). Un fattore culturale in grado di predire la strutturazione dell’esperienza problematica su Internet riguarda la “cultural consonance” con i concetti offline di vittoria e fallimento. Chi meno corrisponderebbe ai modelli culturali di vittoria nella vita reale tenderebbe ad equilibrare i fallimenti percepiti attraverso il raggiungimento di vittorie nel mondo virtuale. Un fattore sociale predittivo riguarda l’idealizzazione delle relazioni virtuali, le quali fornirebbero un criterio di confronto con quelle offline, considerate dopo meno essenziali. Un fattore esperienziale predittivo riguarda la durata della immersività, la dissociazione tra l’identità reale e quella virtuale, se non controllata, condurrebbe la persona a perdersi fino ad apparire agli altri un “simil-fantasma” poiché in essa sarebbe offuscata la differenza tra mondo reale e mondo virtuale (Snodgrass et al., 2013).

Prevenzione.

La prevenzione della dipendenza da Internet negli adolescenti prevede, da parte dei genitori, di usare il controllo comportamentale di restrizione, definito “parental control” (impostare i filtri di accesso a determinati siti o applicazioni) ed evitare quello psicologico, definito “love withdrawal” (obbedisci o non ti amo) (Li, 2012), avere un alto funzionamento familiare con relazioni positive, comunicazione libera ed efficace (Wartberg, 2015). Poichè vi sono relazioni tra l’uso problematico di Internet degli adolescenti con quello dei loro genitori, questi ultimi dovrebbero essere informati ed educati circa il loro ruolo nell’apprendimento dei comportamenti nei loro figli (Lam, 2015). La relazione tra la salute mentale, in particolare la depressione, dei genitori con la gravità della Internet Addiction nei figli, prevede di informare ed educare i genitori sugli effetti della propria salute psicologica sui comportamenti dei loro figli (Lam, 2015). Un lavoro finanziato dalla National Research Foundation of Korea (NRF), fondata dal governo della Corea, al fine di potenziare la diagnosi di questo disturbo propone di creare un archivio, definito Internet Addiction Bioinformatics (IABio), per raccogliere le informazioni di geni, proteine ed immagini di strutture cerebrali dei soggetti con Internet Addiction (Choi et al., 2016).

Trattamento.

Nella fase di assessment dovrebbe essere considerato il comportamento in Rete dei genitori (Lam, 2015). Contribuiscono alla riduzione dell’uso problematico di Internet la pratica di attività fisica costante poiché aumenta la qualità del sonno e diminuisce i livelli di stress (Park, 2014), l’incremento del self-control (Li, 2012) ed il training per le abilità sociali (Wartberg et al., 2016).
Dalle evidenze sulla relazione tra gravità di Internet Addiction ed attitutidini disfunzionali, raccolte con la Dysfunctional Attitudes Scale (DAS), emerge l’utilità di focalizzare il trattamento CBT sull’attitudine al perfezionismo ed alla necessità di approvazione (Taymur et al., 2016).
Attualmente pare funzionare l’integrazione di differenti approcci quali la Cognitive Behavior Therapy (CBT), la Cognitive Bias Modification (CBM), la Cognitive Enhancement Therapy (CEM), la Mindfulness-Based Stress Reduction (MBSR) (Dong & Potenza, 2014). Ad oggi non esiste un trattamento cognitivo-comportamentale di accertata efficacia, sarà necessario in futuro creare protocolli di trattamento attaverso trial clinici controllati e randomizzati per aumentare la qualità di ricerca e fornire coordinate cliniche per il trattamento maggiormente appropriato (Kuss, 2016).
La Cognitive Behavior Tharapy for Internet Addiction (CBT-IA), una variante della CBT, disegnata per la dipendenza da Internet, ha dimostrato di esser quella con i maggiori benefici verso le principali caratteristiche del disturbo quali: la preoccupazione verso l’uso discontrollato di Internet, la necessità di allungare i tempi da trascorrere su Internet, l’uso della Rete per fuggire dai propri problemi, ignorare le attività e le relazioni dolorose del mondo reale, ed infine l’astinenza. Il trattamento conduce ad un uso salutare di Internet, al recupero degli interessi verso i precedenti hobby o la nascita di nuovi, al recupero delle attività e delle relazioni precedentemente compromesse.

Nella prima fase si lavora a livello comportamentale per diminuire la quantità di tempo trascorso su Internet. Qui si estrae gradualmente la persona dalla dimensione virtuale, in cui vive una condizione di disorientamento e trascuratezza delle relazioni e delle attività reali. La gestione del tempo rappresenta quindi uno dei primi step di questa CBT-IA.

Nella seconda fase si lavora a livello cognitivo per affrontare la negazione del problema e le soggettive credenze positive in grado di sostenere e conservare il disturbo, quali il continuo pensare e preoccuparsi dei problemi associati al proprio uso problematico di Internet, oppure concetti estremi di identità (“Offline non sono niente mentre su Internet sono qualcuno”), o verso gli altri (“Offline nessuno mi ama, nel mondo virtuale sono rispettato”). La CBT-IA usa la ristrutturazione cognitiva per cambiare questi pensieri, aiutare le persone a comprendere il loro uso problematico di Internet nei termini di via di fuga dai problemi soggettivamente non tollerabili del mondo reale, porre fine all’erronea concezione di qualità della vita da raggiungere attraverso l’immersività estrema nel mondo virtuale.

Nella terza ed ultima fase del trattamento si lavora con la Self-Harm Prevention (HRT) per consolidare gli effetti terapeutici e prevenire le ricadute. Tendenzialmente le persone affermano di essere uscite dalla dipendenza poiché hanno fermato un determinato comportamento, in realtà potranno affermare di esser veramente fuori dal problema quando saranno state identificate e trattate con risorse sane e funzionali quelle condizioni lavorative personali, psichiatriche, relazionali, sociali, in grado di far cadere di nuovo la persona nella sua fuga nel mondo virtuale (Young et al., 2103).

Un breve documentario su un centro in Cina per il trattamento della Internet Addiction in adolescenza.

 

Per approfondire ed info: http://www.gianfilippoorsanigo.it/contact/

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