Contributi dell’attività fisica nel ridurre la gravità della depressione.

Le maggiori evidenze in letteratura scientifica riguardo il contributo dell’attività fisica, solo quando unita ad interventi psicologici ed all’occorenza psicofarmacologici, nella riduzione della gravità della depressione, arrivano da autorevoli trial controllati e randomizzati, in cui si misurano, attraverso la Hamilton Rating Scale for Depression, le variazioni della gravità della depressione, prima e dopo un periodo di novanta giorni, nei quali si pratica attività fisica aerobica, per tre o cinque giorni a settimana, con un consumo energetico di circa 17.5 kcal per kg di peso corporeo nell’arco di sette giorni (Hallgren et al., 2016).

Questa cifra si riferisce alla “Publich Health Dose” (PHD), una quantità media di kcal da consumare in attività fisica, raccomandata per la salute pubblica. Ad esempio, una persona di 70 kg consumerà 1225 kcal (70 x 17,5) in una settimana. Tale cifra di 17,5 kcal sarebbe la soglia minima per avere qualche beneficio, non si escludono variazioni soggettive di cifre maggiori in relazione a differenti variabili quali sesso, età, condizione fisica, sport praticati (Cooney et al., 2013).

Recentemente, la maggior efficacia dimostrata dei trattamenti cognitivi comportamentali rispetto a quelli definiti “Tretament As Usual” (TAU), comprensivi di psicofarmaci antidepressivi (Stikkelbroek et al., 2015), è stata arricchita da ricerche nelle quali il trattamento cognitivo comportamentale, quando unito ad attività fisica programmata, ha mostrato maggiori riduzioni della gravità della depressione ed incrementi maggiori nella qualità della vita correlata alla salute, rispetto al solo trattamento cognitivo comportamentale, (Gary et al., 2010). Risultati analoghi sono stati documentati tra persone anziane con depressione, in particolare, i benefici del trattamemento cognitivo comportamentale si conservano facilmente a lungo termine se si associa l’attività fisica in gruppo (per favorire la socializzazione), di intensità moderata, in tre sessioni settiminali di cinquanta minuti l’una, con esercizi cardiovascolari, di mobilità articolare, di potenziamento muscolare, di allungamenti e respirazione profonda (Huang et al., 2015). Le persone fisicamente attive hanno in genere il 45% in meno di probabilità di vivere alcune caratteristiche della depressione (Committee PAGA, 2008).

Una sessione da circa quarantacinque minuti di attività fisica di gruppo in persone di terza età.

Il ruolo del comportamento sedentario.

In relazione all’attività fisica, il comportamento sedentario si riferisce ad una attività di veglia caratterizzata da un consumo energetico minore o uguale ad 1,5 MET (Unità di misura per calcolare l’intensità dell’attività fisica; Metabolic Equivalent Task) durante una postura seduta o reclinata (Barnes et al., 2013). L’elevata quantità di tempo trascorsa in condizioni sedentarie è associata a disturbi cardiovascolari, diabete, morte prematura (Dunstan et al., 2011).

Il comportamento sedentario mostra di essere un fattore di rischio per la depressione tra gli adulti (Zhai et al., 2015) e tra gli adolescenti ed i bambini durante lo “screen time”, il tempo trascorso di fronte ad uno schermo quale laptop, smartphone, tablet, TV (Liu et al., 2015).

Correlati biologici.

Per quanto riguarda la biologia alla base della relazione tra attività fisica e depressione sono state formulate molte ipotesi tra cui le modificazioni del fattore nuerotrofico cerebrale “Brain Derived Neurotrophic Factor “(BDNF), una neurotrofina in grado di garantire la crescita e la differenziazione di nuovi neuroni (Laske et al., 2010), la proliferazione delle cellule ippocampali responsabili dei processi di memoria ed apprendimento (Bjornebekk et al., 2005), la riduzione dei livelli delle citochine proinfiammatorie, proteine prodotte e secrete dalle cellule in risposta agli antigeni, in grado di attivare l’infiammazione, una risposta immunitaria difensiva ed innata (Eyre et al., 2013).

Il comportamento sedentario ha mostrato alcune evidenze nella relazione con marcatori correlati alla proteina C-reattiva, rilevabile nel sangue, prodotta dal fegato e facente parte delle cosiddette proteine di fase acuta, un gruppo di proteine sintetizzate durante uno stato infiammatorio (Howard et al., 2015).

La variabile ambientale.

Vi sono molte evidenze a favore del praticare attività fisica all’aperto ed in luoghi naturali, per i maggiori benefici apportati rispetto alla pratica al coperto. Ad esempio, sono stati documentati i maggior incrementi dei livelli di attività fisica, da moderata a vigorosa, delle funzioni cardio respiratorie e la riduzione dei comportamenti sedentari (Schaefer et al., 2014). Risultati analoghi, con l’inclusione dei parametri di salute muscolo schelettrici, arrivano da ventotto ricerche su bambini ed adolescenti (Gray et al., 2015). Altre evidenze sono state registrate su donne in stato di post menopausa, le quali percepivano maggiori sensazioni positive e maggiore costanza nel praticar attività fisica all’aperto rispetto al coperto (Lecharité-Lemieux et al., 2015).

Un video suggestivo riguardo il rapporto tra attività fisica e natura.

Per approfondire ed info: http://www.gianfilippoorsanigo.it/contact/

Bibliografia.

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